La torre Daliborka

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Ancora oggi il Castello di Praga conserva l’aspetto di una fortezza medievale, cosa che si nota soprattutto guardandolo dal Fossato dei Cervi, da dove si può ammirare chiaramente la solida fortificazione gotica risalente al regno del re Vladislao II Jagellone nel XV secolo. Qui si ergono anche le torri difensive Daliborka, la Torre Bianca e Mihulka. Quando necessario, queste torri fungevano anche da prigione. In questo senso, le più famose sono le oscure segrete e la cella di tortura della torre Daliborka, che porta il nome del suo più celebre prigioniero: Dalibor di Kozojedy.

Durante il regno di Vladislao II regnava nel paese un grande disordine. Il re risiedeva in Ungheria e visitava la Boemia solo raramente, così ognuno risolveva le proprie dispute a modo suo: talvolta con la forza, altre con l’astuzia, perché la giustizia era difficile da ottenere. Nella fortezza di Ploskovice, vicino a Litoměřice, governava in quel tempo il cavaliere Adam di Ploskovice, noto in tutta la regione per la sua crudeltà. Opprimeva i suoi sudditi da così tanto tempo che quei poveri si ribellarono, marciarono contro il suo castello, lo conquistarono con la forza e catturarono il cavaliere. Sotto minaccia di morte lo costrinsero a firmare una dichiarazione in cui li liberava dal suo dominio e si impegnava a non vendicarsi. Poi se ne andarono e si misero volontariamente al servizio del cavaliere vicino, Dalibor di Kozojedy, noto per il suo carattere giusto e mite. Si racconta però anche che Dalibor ambisse alle terre del vicino e che avesse incoraggiato la rivolta contro il signore Adam, traendone infine il maggior vantaggio. Ma chi può sapere oggi come andarono davvero le cose! È certo, tuttavia, che quando tutta la vicenda giunse all’orecchio dei signori feudali, questi inviarono un esercito reale a Ploskovice, restituirono i beni al signor Adam e fecero imprigionare il cavaliere Dalibor nel Castello di Praga.

Dalibor soffriva molto in quella cella inospitale della torre. Per non lasciarsi sopraffare dalla noia e per non pensare continuamente alla sua sventura, chiese al carceriere di procurargli uno strumento musicale. Dopo alcuni giorni, il carceriere gli portò un violino. Da quel momento, il cavaliere passava le giornate a far scorrere l’archetto sulle corde, inclinando lo strumento da un lato e dall’altro, producendo suoni simili al miagolio di un gatto. Dopo pochi giorni, però, riuscì già a produrre toni chiari e lunghi, e il suo modo di suonare migliorava rapidamente. Con il tempo, Dalibor si perfezionò a tal punto che, quando prendeva il violino, perfino i carcerieri e le guardie più duri si fermavano ad ascoltare il pianto del suo strumento. Ben presto la sua fama si diffuse, e molti abitanti di Praga venivano ogni sera sotto la torre per ascoltarlo. Nel cestino che calava dalla finestra della sua cella, gli lasciavano un po’ di cibo, talvolta anche qualche spicciolo o vestiti caldi. Soprattutto alcune giovani fanciulle venivano regolarmente, ascoltavano il lamento del violino di Dalibor, sospiravano, si asciugavano le lacrime e provavano compassione per il giovane prigioniero.

Castello di Praga | Fonte: Prague City Tourism

Un giorno, la folla sotto la torre si radunò invano: regnava il silenzio. Quando il violino di Dalibor rimase muto anche il secondo e il terzo giorno, la gente chiese al carceriere cosa fosse accaduto. Egli scosse tristemente la testa e confermò il loro infausto presentimento. Per evitare che la rivolta dei sudditi di Ploskovice diventasse un esempio per altri, i signori avevano inflitto a Dalibor la pena più severa. Fu giustiziato all’alba, quando tutto ancora dormiva. I praghesi piansero il loro prigioniero più amato, e la torre prese il suo nome.

E com’era davvero la storia del violino di Dalibor di Kozojedy? In realtà, il cavaliere non poteva suonare alcun violino in prigione, perché i primi violini arrivarono in Boemia solo circa cento anni dopo la sua esecuzione. Il modo di dire nato da questa leggenda — “la necessità insegnò a Dalibor a suonare” — probabilmente significa che fu la sofferenza subita durante la tortura a costringerlo a confessare.

 

Basato sul libro 77 pražských legend di Alena Ježková (77 leggende di Praga).

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